L’amore, per Piero, era comunque una “perdenza”. Conquistare una donna era segno di debolezza, perché la donna era una razza pericolosissima e,un uomo, per conquistare una donna cosa doveva farle se non la corte? E fare la corte significava in qualche modo scoprirsi. Rendersi vulnerabili. Per questo ci pensò a lungo prima di serrare Gabriella in una spietata morsa. Non tanto di azioni, di parole, quanto di assenze e silenzi. Perché Piero sapeva benissimo che l’assenza è un assedio e qualunque tregua sarebbe servita per l’assalto finale.Così toccava di fioretto e spariva, lasciava in sospeso un sorriso,una frase, una telefonata, un incontro. Circuiva senza ossessione, giocando in superficie, affondando di tanto in tanto con il solo desiderio dell’urgenza. Occorreva calma, concentrazione. Assenza, appunto. Magari ricerca, ma leggera, piumosa, non ossessiva. Un incontro casuale, anche se programmato in una situazione di assoluta metodicità: la camicia lavata, le scarpe lucide. Le unghie curate. Poi, sorrisi: stanchi ma non pietosi, lo sguardo fuggente, ma non assente; il cuore tremante, ma il passo fermo. E l’illusione, eterna ossessione. La certezza,comunque, di uno sforzo perché nonostante tutto sarebbero sempre stati due persone. Non una. Due. Loro malgrado. Malgrado l’amore. Malgrado la passione. Sarebbero stati sempre e soltanto due persone. Ed era soprattutto questo a spaventare Piero. Questa ineluttabilità di due strade diverse, di due vite che sarebbero comunque rimaste tali. Il senso del precario. I suoi amori non sarebbero mai stati eroici. Nemmeno quotidiani, se per questo, ma eroici mai. Sarebbero nati e finiti in un appartamento, svelati nelle strade sottocasa, srotolati in un giardino pubblico, fra gente indifferente, specchiati in una vetrina o illuminati da lampioni bui. Sarebbero stati amori di parole e silenzi, di vestiti appesi e di scarpe abbandonate, di mare come illusione, di illusione come amore. In un cerchio ferreo fatto solo di due persone, con la protezione ferrea all’intrusione di altri e la voglia costante di rompere quel cerchio, di decidere lui, una volta tanto, chi fosse Dio. Un amore da cui scappare ma che, se non ci fosse stato, avrebbe solo lasciato posto ad un silenzio che non prometteva nulla di buono.
domenica 20 maggio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
Leggera
un diario non ha molto da dire ad ogni ora; se ne sta spesso in silenzio mentre ti lavi i denti o avanzi perdendo l'equilibrio lungo il corridoio di un teatro. Non ha sentimenti propri e non sa cosa sia la memoria se non come archetipo, orma sulla sabbia. E' una specie di aspettativa del vissuto, delle speranze da cercare, dei desideri da realizzare. Racconta ciò che sta prima e dentro i ricordi, l'antefatto subliminale di quello che è stato, e le parole che riesci a cogliere in mezzo al baccano. E si muove con te per queste strade, mentre il concerto dei rumori va avanti e cerca d'imitare, senza successo, il solfeggio lento ed ordinato del direttore d'orchestra che sorride ad occhi chiusi e non vede più oboe, violino o gran cassa. Segue un ritmo interiore che non sai dove ha imparato, forse a scuola, nelle tante letture, o per strada, nei giochi dei bambini; è una specie di codice genetico, una formula con un solo ingrediente particolare; una formula che ciascuno di noi possiede. Mi piace scrivere e parlare di nulla, delle mie visioni, che si nutrono di me quel tanto che basta da farmi sentire viva. E quando lo faccio, quando scrivo, è un po' come mettere a fuoco un volto nel campo lungo di una ripresa, un viso che mi urla contro la sua procacità. E magari per sbaglio, se nessuno mi conosce, se non mi aspetto niente, se rinuncio a grandeggiare, riesco ad essere sincera, a prendere coscienza.
Oggi, due febbraio, sono tornata nella mia vecchia casa, e per la prima volta dopo lunghi mesi, non ho provato il bisogno vorace di andare via. Mi parlavi del nuovo arredamento della casa, di come provi a colmare i tuoi vuoti al ritmo di un ballo latino e una pillola contro la pressione alta; io ti seguivo, con insolita calma, mentre pensavo che ho imparato a perdonare. Ho imparato sì, ma non mi ha fatto sentire meglio, non mi ha sollevato l'animo, perché per questo non è necessario il perdono né un'assoluzione, ma la comprensione. Ho capito che è la paura che ci ha fatto inventare limiti e confini, che di fatto poi non esistono né nei pensieri, né nei sentimenti; che anche se i nostri simili, compresi gli esemplari più cari, sono pronti in un batter d'occhio a compiere le uniche cose che mai avremmo creduto fossero capaci di fare, sempre le peggiori e le più scontate, arriva sempre il momento in cui niente ha più importanza. Gli sbagli della vita o le cattiverie infondo non cambiano le persone e ciò che ne abbiamo percepito quando le abbiamo incontrate. Certo, forse è un qualcosa che non esiste, ma cosa esiste? credo che la purezza stia in questo, e che le prove, gli esami, le giustificazioni siano solo falsità; una concessione e un trucco dell'orgoglio, una moneta con cui si comprano gli altri, ma pur sempre di bassa lega.
mercoledì 18 gennaio 2012
sabato 26 novembre 2011
C’est, partout, ici
Alain Jouffroy
Avoir écrit, écrire, manifester l’être,
Toujours naître et renaître-
Le moi qui parle n’est pas moi.
Cinquante ans de parole invisible
Et ce défaut : être mortel,
Quand on vit chaque seconde,
Dans l’éternité mer-soleil.
Extravagance, éblouissance,
Sans reconnaissance ?
Non : tous les jets, tous les jeux
De la vérité pratique.
Oui, poésie absolue, politique, physique,
Seule chance de transformer la vie.
![]() |
| E.Hopper, Stanze sul mare, 1951 |
È, ovunque, qui
Aver scritto, scrivere, manifestare l'essere,
nascere e rinascere sempre-
l'io che parla non sono io.
cinquanta anni di invisibile parola
e questa pecca: essere mortale,
quando si vive ogni secondo,
nel mare-sole eterno.
stravaganza, fascinanza,
senza riconoscenza?
No: tutti i getti, tutti i giochi
della pratica verità.
Si, poesia assoluta, politica, fisica,
sola chance di trasformare la vita.
è, ovunque qui, non è così?
domenica 9 ottobre 2011
venerdì 30 settembre 2011
domenica 18 settembre 2011
sabato 17 settembre 2011
Des mots - toujours de mots.
Provo di nuovo a legare i giorni compiuti, quelli appesi ad ogni piccola cosa, ai libri che non possiedo più, regalati a persone cui non potrei chiederli indietro; alle maglie rubate come ricordi, ormai staccate dalle maglie della catena. Li rimescolo nelle mie frasi affollate di oggetti e nomi, con soggetto predicato e complemento, stipate strette, con i polsi legati con i lacci alla branda del letto, affinché non si possano masturbare; riducendole all'osso, finché non coincidono. Le parole latrano, ringhiano; inghiottono le frasi, se le mangiano; non si ritirano mai e se ne infischiano di un andamento obliquo. Le parole non eludono mai una domanda, né ne formulano di nuove: hanno solo risposte; e non passano il tempo ad elucubrare, come me, su come far passare delusioni per successi con l'unico scopo di coprirne altri; non hanno tempo per morire o vivere di disinteresse; si riconoscono già sopra ed a dispetto della vastità. Devo solo fare attenzione che non consumino se stesse. Devo scriverle o nominarle tre volte, perché ogni cosa è padre e figlio e spirito santo, e nutrirle di pianti e sorrisi; gridarle e strattonarle ogni tanto se non voglio che presto scompaiano in lontananza e vadano perdute come monete scivolate via dalle tasche. Le parole, un po' dure d'orecchi, fraintendono ciò che voglio dire. E' un bene che, per lo più, io non abbia niente da dire.
A volte vorrei stare chiusa dentro un metrocubo d'infinito, nel vuoto, fuori dalla ripetizione. Stroncare ogni presentimento, contrarre la paura dei nervi che degenerano, riuscire ad inghiottire e mettere fine all'estenuante sensazione di transitorietà e vulnerabilità. Non avere alcun genere di pensiero poiché qualsiasi risoluzione è comunque ingannevole, come tutte le soluzioni. E invece tu. Penso ancora a te, ogni tanto capita, quasi senza saperlo.
Mi spoglio. Accendo la luce. Le gambe nude penzolano dal letto. Le pupille sfolgorano, ho mal di testa. E’ l’ora della pace e del silenzio ma aspetto ancora un po' prima di dormire; un po' di tempo per sognare ad occhi aperti, oltre le metafore dell’intrattenimento, i miei “no”, i miagolii della fame, il cuore da ingentilire di mia madre e le croste di pane per i gatti, irrancidite, in giardino. Ancora un po’ per ammirare l'irrisolta bellezza del perdersi su di te.
sabato 3 settembre 2011
Non riesco più a raccogliere le cose che mi sfuggono perché non rimbalzano al suolo; si perdono dove non poggio i piedi, sotto a dove resto sospesa. Perché resto sospesa, come un angelo fatto di sacro e poi sacrificato, un angelo bianco alla stregua di un pesce infarinato. Guardo fuori e quei girasoli secchi mi raccontano la storia di quanto poco amore ci sia in uno slancio rispetto alla perseveranza; anzi, di come la parola amore equivalga ad una scatola vuota, ma è una parola assai più bella per dire resistenza. Il mattino ancora una volta sbarra gli occhi su di me, svogliata, mentre chiusa come un’oasi aspetto il deserto. Mattino: occhi pieni d’anima, occhi di canna, infiammati dalla luce di epifanie inverosimili.
giovedì 25 agosto 2011
Vendanges
Les choses qui chantent dans la tête
Alors que la mémoire est absente,
Êcoutez, c’est notre sang qui chante…
Ô musique lontaine et discrète!
Êcoutez! c’est notre sang qui pleure
Alors que notre âme s’est enfuie,
D’une voix jusqu’alors inouïe
Et qui va se taire tout à l’heure.
Frère du sang de la vigne rose,
Frère du vin de la veine noire,
Ô vin, ô sang, c’est l’apothéose!
Chantez, pleurez! Chassez la mémoire
Et chassez l’âme, et jusqu’aux ténèbres
Magnétisez nos pauvres vertèbres.
Paul Verlaine
![]() | |||||||||||||||||||
| Kazuo shiraga, passionate winner, 1988. |
Le cose che vanno cantando per la mente
quando la memoria è assente,
udite, è il nostro sangue che canta…
Discreta, lontana musica!
Udite è il nostro sangue che piange
Quando è fuggita l’anima
Voce inaudita finora,
che tacerà fra non molto
Fratello del sangue della vigna rosea,
Fratello del vino della vena nera,
Oh sangue, oh vino, apoteosi!
Cantate, piangete! Scacciate la memoria
E scacciate anche l’anima, e fino alle tenebre
Magnetizzate le nostre povere vertebre.
lunedì 25 luglio 2011
Per un attimo vorrei provare a capire quand'è che mi sono persa, e tornare là a riprendere me stessa e fermare tutto a quel momento, e fremere, e immaginare che davanti e dietro ci sia solo il deserto. Non sono nata in un giorno azzurro; non ho bisogno di trovare un posto. Mi serve piuttosto un non-posto dove scarrozzare l'impazienza e disfarla ogni volta come una valigia, in modo che si acquieti un po' e riesca di nuovo a scorgere i simboli che mi permettano di pensare e di sognare; salvo poi rendermi conto, per l’ennesima volta, che ciò che si avvera non è mai il sogno bensì il tempo di sognare. Tuttavia, è proprio in quel non-posto che voglio restare, fra coloro che “sentono”, impauriti dall’inerzia e dal silenzio, ad aspettare di essere sopraffatta ancora da quel tutto da cui, infondo, ho preso solo una breve pausa. Probabilmente mi inganno quando continuo a cercare qualcosa, a misurare le distanze da percorrere per lo più verso oggetti concreti e rassicurazioni, verso altre persone. La vita è solo un viaggio di allontanamento dall'ignoto personale presente ad un ignoto impersonale futuro. E quanta stupidità, quante banalità su quella strada. Mi dico che, per fortuna, non so più guardare avanti. Vedo solo i miei ricordi e i sogni come un Enrico IV che tiene tra le dita la ciocca bionda dei capelli bruni della marchesa; è come se sia questi che quelli siano un tentativo di plagio e rassomiglianza, un segreto taciuto di ciò che forse una volta, per poco, sono stata e che a tratti mi piacerebbe ancora essere. Sciocchezze. Enormi sciocchezze. Tra i fumi dell’assenzio e l’intricata melodia di note edulcoranti, l’unica verità è la nostalgia del desiderio, che cerco di proteggere dalle ombre che nascono inevitabilmente da troppe spiegazioni. In ogni pensiero di te ti ho raggiunto non sei arrivato e viceversa; l’ho fatto spesso perché tu riesci a stare ovunque, ed io riesco a metterti dovunque. Riderebbe la gente se vedesse cosa ho in testa. Avrebbe ragione, mi rendo conto di essere ridicola, stupida come gli amanti, fessa come gli amanti senza amore. Ma è così. Continuo a pensarti. Ci sei. Punto. A mezz’aria fra un ricordo e un sogno. Altro punto. Un bi-sogno.
mercoledì 20 luglio 2011
equivalenze ed inversioni, dichiarazioni, per dare ordine alle cose cadute, accatastate alla rinfusa sulla terra. Accezioni sempre positive di fronte alla novità; stupore ed i suoi sinonimi: meraviglia, sorpresa. Implicano, consentono a qualcosa di bello, chissà perché. Ha senso essere stupiti dagli stupri del mondo? Faccio sogni di gloria e resurrezione e intanto avverto l'incostante agitazione di chi non ha direzione e avanza e si arma della sua emaciata convessità. Intorno i contorni sono scabri e le linee cancellate da viste annebbiate. Mi consolo scrivendo che ormai ho smesso la pretesa di una visione chiara delle cose, dote di coloro che hanno una sensibilità mediocre.
martedì 21 giugno 2011
confusione
è così strano sentirsi a casa solo quando si va in giro come vagabondi. Sono sempre stata a mio agio nella sgargiante e caotica manifestazione della varietà e della casualità che acuisce la consapevolezza di se stessi attraverso stimoli e sollecitazioni sempre diversi. Mi sono necessari, al pari dell’aria, perché a qualunque sensazione si fa l'abitudine, sia di dolore che di piacere. Certe persone amano la comodità, preferiscono vedere cose che abbiano sempre la stessa faccia, di cui ci si possa fidare, indipendentemente perfino dalla soggettività del loro valore. Non è che non lo capisca o che non succeda anche a me, anzi; siamo tutti dei codardi, tutti dei vanitosi. E' solo che confidare nella persistenza e nell'uguaglianza a se stesse delle cose che solo per incidenza influiscono sulla tua vita conduce a perdere di vista questa e stimarla in quelle. Così è facile identificarsi nel luogo dove si esercita una professione, nelle persone che si salutano al mattino, in queste mura su cui si profila la mia ombra, nell'ora consueta all'angolo di una strada, nei rami dell'ulivo al vento. Ma, in ciascuna di queste cose, tu non ci sei. Sono solo loro ad essere presenti in te, ad averti occupato, come inquilini abusivi che hanno sfondato la porta della tua anima un giorno in cui tu sei stato assente. Al contrario, ciò su cui non è possibile esercitare un controllo è irreparabile; esiste senza che lo si possa trasformare, senza credere di poterlo riparare. Infondo appartiene a tutti l'inclinazione a raddrizzare, il desiderio di correggere ciò che non possediamo o ammaliare chi ci disprezza; di appianare o evitare ogni ostacolo che si trovi sulla nostra strada. E qualche volta ciò che non si può cambiare o assimilare ci spinge, per un breve attimo, a pensare che ci sia dell'altro fuori di te, per quanto tu non possa veramente comprendere quell’alterità se non verso l'interno. Certi recipienti, per una incrinatura o per un piccolo difetto di fabbricazione, non diventano mai bottiglie e, non essendo fatti per qualcosa, restano loro stessi. E dunque è una fortuna che la confusione sia ovunque, perché là in mezzo è facile che si vada rotti o perduti. Basta saper osservare per riuscire a trovare qualcosa di assolutamente irrecuperabile. Per gli uomini è sufficiente guardare in modo non convenzionale, non solo fuori ma, soprattutto, dentro. Sì, perché sono assolutamente convinta che la sofferenza sia l'unico mezzo che ci è concesso di partecipazione alla vita, a quella pienezza che per spiegarla potresti nominare tutto senza davvero attirare la sua attenzione; a ciò che sta sotto e ti consuma e che puoi capire solo quando ti senti finito e non hai fatto niente ed il tempo è passato, e ti sei lacerato. Ecco allora che certi fatti, come ad esempio quello per cui tua madre non ti rivolge più parola, i burocrati da strapazzo per i quali lavori danno un notevole contributo alla gastrite che quotidianamente ti corrode lo stomaco o che la persona alla quale hai dedicato gli ultimi dieci anni della tua vita ti tradisce (ah tradire! tradire poi, cos’è ?), di colpo, appaiono quasi una benedizione.
Ogni accadimento è appena un bisogno dalla vita breve e la natura è a posteriori; ogni ripetizione solo in un secondo momento acquista un senso, come respirare. Ed è una infamia ed un oltraggio che la maggior parte delle cose non siano più prima del tempo, prima di quando è necessario che cessino per sempre.
venerdì 17 giugno 2011
Certe giornate sono difficili da portare a termine. Le sensazioni sono più intense del solito: laccio al collo come fossi un cane col collare troppo stretto intorno alla gola; tappi alle orecchie. Vedo le cose e sembra che la realtà stia nella mia percezione, non in esse. Le persone con le quali mi relaziono vanno al rallentatore; non mi conoscono eppure giudicano. Burattini del proprio narcisismo si divertono a fare da burattinai alla tua vita. Ma se annullo la distanza in favore della delicatezza, se il corpo non s'intorpidisce, le guance possono arrossarsi e le emozioni trasalire aldilà dell'assurdità dei gesti personali.
Ci sono i sogni poi, che non chiedono mai il permesso di entrare. La sera di un lunedì qualunque, ti suonano alla porta travestiti da venditori ambulanti, tappeti orientali sulle spalle; chissà forse volanti. Hanno le pupille languide e il coraggio di guardarti dritta negli occhi. Te ne stai lì sulla soglia; per un attimo osservi appena aldilà delle loro teste e non sei capace di vedere se non un bagliore indefinito, un'oscillazione rallentata di una stretta di mano o dell'eco di un “ciao, come stai?” che credi di aver udito.
I sogni sono carne umana, proprio come te.
Pensieri impantanati, incollati, sudati, precoci, appiccicosi, aggomitolati ed impacciati che, come il bucato nella lavatrice, fanno irruzione dall'interno, spingono la pelle, la tendono come una busta di nylon sulla testa di un assassinato, senza fiato.
Pensiero stupendo.
Posso parlarti qui dove non mi senti, dove non ti vedo e so che non mi ascolti. Non so se saprei farlo altrimenti; adesso so che ho delle difficoltà a non toccarti, a non fare ciò che mi verrebbe naturale fare e sempre di più. Ma sono con te ogni giorno in una forma altra rispetto alla realtà, in un modo che non ha bisogno di persuasione, che è solo mio e che non mi va di comunicare.
Le sole parole degne sono quelle che non rompono il silenzio. La visione è come l'apparato austorio di un parassita: si nutre di me quel tanto che basta a permettermi di rimanere viva. Mi piacerebbe condividere l’assenza, e per assurdo è l'unica impossibile; sarebbe una parola da aggiungere alle cose che faccio e che non dico a nessuno, come scrivere questi brevi pensieri, cantare, passeggiare a tarda notte per le strade deserte come i matti; raccontare balle pur di essere lasciata in pace, toccare i panni di qualche sconosciuto, appesi al filo, in un cortile, ad asciugare. Sarebbe come fare l'amore, una o tante volte come fossero sempre l'unica, come le cose che si ripetono ma a cui nessuno fa caso. Come le uniche cose che riesco a sentire davvero. Le cose che, come te, oggi esistono soltanto fuori dalla realtà.
venerdì 3 giugno 2011
A te (che non leggerai)
La scrittura non può svelarsi in presenza. Solo senza cenni di scusa si è capaci di guardare, e di farlo senza espressione.
Guardo oltre ciò che ignoro vicino per vedere più vicino; per scoprire quale sia la vera faccia della quotidianità, vestita di verisimiglianza, più attendibile della realtà. Anche le cose di cui penso di essere convinta non sono che tentativi di coercizione di sé al segno, cemento sui muri che uniscono l'esistenza alla non appartenenza, l'appartenenza alla non esistenza. Penso e faccio in modo di celebrare ciò che era destinato a essere spazzato via da un cambiamento; mi scuso per quanto sono cambiata e cambio, per quante cose ho perso e per quanto loro abbiano perso me.
Considero l'abbandono, la sofferenza: eventi curiosi su cui studio le mie reazioni, con cui misuro il mondo e ciò che sono. Come se i soli accadimenti veri fossero quelli che presuppongono, implicano, provocano una conseguenza. Invece piccoli slittamenti, leggeri spostamenti hanno fatto la differenza nella mia vita. In alcune occasioni, un po' per caso, certe cose le ho messe fuori posto; non che fossero andate smarrite o non esistessero più; semplicemente le ho lasciate lì, sospese a mezz’aria, con innocenza. Se le scorgessi un giorno sul fondo di una scatola o dietro un libro nello scaffale, forse allora le userei ancora un po'; e non sarebbero poi da buttare. Altri hanno fatto lo stesso con me. Il dolore è fatto di vuoti senza tappo ed etichetta, pieni di suono; la coscienza non è altro che ciò che si riesce a trattenere o che si ritrova, camminando, fra le scarpe.
E i ricordi sono come le campagne; si allargano in un grande bacino e restano lì nel tempo che passa, mimetizzati, confusi, ma sempre presenti. Ho valigie piene di ricordi, anche se la speranza delle occasioni prevale sulla necessità delle consolazioni. E' piccolo il mio mondo, proprio come il tuo; una città posata sul fondo di un imbuto di colline spaziose: spesso mi sono persa a pensare che avremmo finito per incontrarci per forza, per caso, in qualche modo, in una delle solite strade, così poche se confrontate alle volte in cui ti ho pensato e ti penso; probabilmente nel punto più stretto, nello spazio angusto dove sei rimasto incastrato. Anche adesso tu resti il posto dove ho messo il mio amore, e l’intensità di questo spazio è ciò che più mi rende viva. Aspetto soltanto che tu venga a restituirmelo indietro.
giovedì 26 maggio 2011
Sto pensando a te
"Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così."
Italo Calvino, Il barone rampante
venerdì 29 aprile 2011
The art of losing
The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.
Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.
Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.
I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.
I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.
Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.
( E. Bishop, One art, 1979)
L’arte di perdere non è una disciplina dura
tante cose sembrano volersi perdere
che la loro perdita non è una sciagura.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta la tortura
delle chiavi di casa perse, delle ore spese male.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.
Esercitati a perdere di più, senza paura:
luoghi, e nomi, e destinazioni di viaggio.
Nessuna di queste perdite sarà mai una sciagura.
Ho perso l’orologio di mia madre. Era
mia ed è svanita – ops! – l’ultima di tre case amate.
L’arte di perdere non è una disciplina dura.
Ho perso due vasti regni, due città amate,
due fiumi, un continente. Mi mancano,
ma non è mica un disastro averle perdute.
Nemmeno perdere te (la figura, la voce allegra
il gesto che amo) mi smentirà. È chiaro, ormai:
l’arte di perdere non è una disciplina dura,
benché possa sembrare (scrivilo!) una sciagura.
(Trad. it. M. R.)
lunedì 21 marzo 2011
Quello che ho è soprattutto stanchezza, e quella inquietudine che è gemella della stanchezza quando questa non ha altra ragione di essere, oltre al fatto di essere. Ho un'intima paura dei gesti da abbozzare, una timidezza intellettuale delle parole da dire. Tutto mi sembra sordido in anticipo.
Non sopporto più il rumore del mio cuore. Non va più bene, si arresta di colpo. Ascolto è vero, non è più rumore ma chiasso. Gli chiedo cosa vuole, lui raddoppia i colpi senza rispondere.
Non sopporto più il rumore del mio cuore.
domenica 13 marzo 2011
Non ho avuto il tempo di finire
Tragik
Das ist das Schwerste: sich verschenken / und wissen, daβ man überflüssig ist, / sich ganz zu geben und zu denken, / dass man wie Rauch ins Nichts verflieβt.
Tragicità Questa è la cosa più dura: donarsi / e sapere che si è superflui, / darsi completamente e pensare / che come fumo nel nulla si scompare. *** Selma Meerbaum-Eisinger, Non ho vuto il tempo di finire. Poesie sopravvissute alla Shoa, cura e traduzione di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, Milano, Mimesis Edizioni, “Il Quadrifoglio Tedesco”, 2009. Ich bin der Regen Ich bin der Regen, und ich geh’ barfuß einher von Land zu Land. In meinen Haaren spielt der Wind mit seiner schlanken braunen Hand. Mein dünnes Kleid aus Spinngeweb’ ist grauer als das graue Weh. Ich bin allein. Nur hie und da spiel’ ich mit einem kranken Reh. Ich halte Schnüre in der Hand, und es sind auf ihnen aufgereiht alle die Tränen, welche je ein blasser Mädchenmund geweint. Sie alle habe ich geraubt bei schlanken Mädchen, spät bei Nacht, wenn mit der Sehnsucht Hand in Hand sie bang auf langem Weg gewacht. Ich bin der Regen, und ich geh’ barfuß einher von Land zu Land. In meinen Haaren spielt der Wind mit seiner schlanken, braunen Hand. (8.3.1941) Sono la pioggia Sono la pioggia e vado scalza di terra in terra. Il vento gioca tra i miei capelli con la sua snella mano bruna. La mia sottile veste di ragnatela è più grigia del grigio dolore. Sono sola. Soltanto qui e là gioco con un cerbiatto malato. Nei fili che tengo in mano sono infilate tutte le lacrime che mai pallida bocca di fanciulla pianse. Le ho tutte rubate nel cuore della notte a snelle fanciulle, quando, mano nella mano col desiderio, attendevano ansiose sul lungo sentiero. Sono la pioggia e vado scalza di terra in terra. Il vento gioca tra i miei capelli con la sua snella mano bruna. (8.3.1941) Herbst Der Regen spinnt Sein graues Lied Von Sehnsucht und Von schwerem Weh. Von Träumen blind Alleinseins müd Bin ich ein Hund Und – geh’. Verloschnes Gold Und toter Traum Von Liebe sieht Mich an und schweigt. Und um mich rollt Schillernder Schaum – Die Sehnsucht zieht Und – geigt. Der Herbst ist da Und weint mich an Mit Augen, die Erloschen sind. Ich weiβ, er sah: Das Glück verrann. Zwang mich ins Knie Und – ging (30. 6. 1941.) Autunno La pioggia tesse Un grigio canto Di nostalgia e Di strazio. Orba di sogni Stanca di solitudine Sono un cane E – me ne vado. L’oro è sbiadito E morto Il sogno d’amore Mi guarda e tace. E mi avvolge L’iridescente schiuma – La nostalgia trascina E – canta. Ecco l’autunno Che mi guarda Con occhi spenti E piange. Io so, lui ha visto: La felicità passò, Mi mise in ginocchio E – se ne andò. (30.6.1941) |
lunedì 7 marzo 2011
La barque funéraire est, parmi les étoiles,
longue comme le songe et glisse sans voilure,
et le regard du voyageur horizontal
s'étale, nénuphar, au fil de l'aventure.
Cette nuit, vais-je enfin tenter le jeu royal,
renverser dans mes bras le fleuve qui murmure,
et me dresser, dans ce contour d'un linceul pâle,
comme une tour qui croule aux bordes des sépoltures?
L'opacité, déjà, où je passe frissonne,
et comme si son nom était encore Personne,
tout mon cadavre en moi tressaille sous ses liens.
Je sens me parcourir et me ressusciter,
de mon font magnétique à la proue de mes pieds,
un cri silencieux, comme une âme de chien.
Jean Cassou, La Rose et le vin
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| Odilon Redon, Boat in the moonlight, 1910 c.a. |
La barca funeraria scivola senza vela,
sottile fra le stelle,simile a una chimera,
mentre lo sguardo del viandante orizzontale
si spande, ninfea, nel corso dell'avventura.
Tenterò infine, questa notte, il gioco regale,
rovesciare tra le braccia il mormorare
del fiume e alzarmi, in questo contorno di lenzuolo
bianco come una torre che crolla su una nera
tomba? L'opacità in cui passo già trema
e come se Nessuno fosse ancora il mio nome,
freme in me il mio cadavere sotto le sue catene.
Sento che mi attraversa ridandomi la vita,
dalla fronte magnetica alla prua delle dita,
un urlo muto come un'anima di cane.
trad. it. C. D.
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| (1897-1986) "Poète, romancier, critique et historien de l’art, Jean Cassou s’inscrit dans la lignée des humanistes qui ont fait le renom de la France". |









